ALATRI, LA RICOSTRUZIONE CHOC: NON SOLO I FRALTELLI INFAMI, C’ERA ANCHE IL PADRE A MASSACRARE EMANUELE

La paura era che Mario Castagnacci, 27 enne di Alatri, e il fratellastro Paolo Palmisani di 20 anni, fuggissero. Per questo i Carabinieri, su ordine della Procura di Frosinone, lunedì notte li hanno fermati a Roma, nell’appartamento di una parente.

Lo mette nero su bianco il pm Vittorio Misiti, che alle 18.40 di due giorni fa deposita in cancelleria le 22 pagine del decreto di fermo per i fratellastri accusati di omicidio volontario e fa scattare la caccia a due dei sette indagati per la morte di Emanuele Morganti, 20 anni, massacrato di botte fuori dal locale Mirò di Alatri.

«Ricorre all’ evidenza il pericolo di fuga», scrive il magistrato nell’ ultima pagina, prima di disporre le misure cautelative, «poiché si tratta di persone inserite in contesti criminali anche rilevanti. Risulta invero dalla citata informativa», riferendosi a un dossier che i Carabinieri di Alatri hanno depositato poche ore prima, «che il sistema di “positioning” dei loro smartphone già attivato ha dato conto del fatto che subito dopo i fatti hanno lasciato la Ciociaria».

All’ 1.22 i militari del maggiore Antonio Contente li rintracciano, chiedono ospitalità ai colleghi romani per le procedure di rito e accompagnano i due in carcere. Castagnacci e Palmisani, “fratelli indiretti” perché la madre di uno ha fatto un figlio con il padre dell’ altro, finiscono a Regina Coeli senza mai essere stati ascoltati dai Carabinieri, che con la procura stanno cercando di ricostruire che cosa sia accaduto davvero quella terribile notte. Perché la spiegazione più plausibile, per ora, è anche la più inquietante: forse gli effetti di alcol e droga hanno fatto degenerare una rissa esplosa per noia. Persone che apparentemente niente hanno a che fare una con l’ altra, si sono scontrate fino a uccidere Emanuele.

I racconti dei testimoni e le 433 immagini scattate da un fotografo professionista, che quella sera cercava materiale per una pubblicità, sono i tasselli di questa delicata indagine che cerca di trovare i colpevoli dell’ omicidio di Emanuele Morganti. Se non fosse stata per la sua giovane età, forse non lo avrebbero neanche caricato sull’eliambulanza che all’alba di sabato lo ha portato al Policlinico Umberto I di Roma, dove è stato tentato un intervento disperato e, domenica mattina, è stato dichiarato clinicamente morto. Perché che il 20enne fosse stato «ammazzato» di botte era chiaro già la sera stessa, come si legge dai verbali di chi era presente.

A pagina 17 del decreto di fermo, si legge l’epilogo della rissa nel concitato racconto dell’amico Marco: «Ho sentito la voce di Lorenzo che mi chiamava dicendomi che avevano colpito Emanuele, che era a terra e che doveva essere aiutato. Giunto nella piazza ho visto Emanuele disteso sul selciato con diverse persone che continuavano a colpirlo. Dopo io ho cercato di soccorrere Emanuele mentre Gianmarco cercava di tenere a bada gli aggressori. Emanuele era privo di conoscenza e sembrava russasse. L’ho tirato fuori da sotto la macchina ove giaceva con l’aiuto di un ragazzo che non ricordo chi fosse. Improvvisamente Emanuele ha cominciato a storcere la bocca e a peggiorare. Riccardo ha tentato di aprirgli la bocca, con l’aiuto di un ragazzo che diceva di essere infermiere. Nello stesso momento sono arrivati i Carabinieri e gli aggressori si sono dileguati».

Il 20enne di Tecchiena, contrada di Alatri, aveva già il collo spezzato, il cranio fracassato e un’emorragia cerebrale.
Ferite che, secondo il medico legale, in attesa che venga effettuata l’autopsia, da un esame esterno del corpo «sono compatibili con una produzione indotta sia da un tubo che dall’urto con il montante di una vettura». Ed ecco che la dinamica non è più chiara come appariva nei giorni scorsi, quando si diceva che il pestaggio fosse stato fatto con una spranga di ferro o una chiave inglese. Perché dalle testimonianze degli amici e di altre persone presenti, la rissa si sarebbe svolta in tre fasi. La prima, dentro il locale, dove Emanuele e la fidanzata Ketty stavano ordinando “shottini” di vodka anche per gli amici che erano in pista a ballare. In quel momento, come fa mettere a verbale Riccardo: «Ero dietro di loro e alla destra di Emanuele si trovava un albanese», che sarà poi identificato come un italiano, Domenico P. «quello che poi ha dato inizio agli eventi. Questo albanese era ubriaco e stava discutendo con la barista. Mentre discuteva si agitava con le mani e con il corpo urtava ripetutamente Emanuele. Emanuele si girava verso di me e mi faceva notare che lo stava infastidendo».

Poi l’invito a smetterla e la prima rissa, che culmina con Domenico che tira un portatovaglioli in testa a Emanuele, il quale non riesce a reagire perché arrivano i buttafuori. Le versioni sono univoche nel ricordare che di Domenico si perderanno le tracce, mentre un uomo della sicurezza porta fuori dal locale Emanuele di peso. Qui Ketty dice però che «l’aggressione è degenerata perché tre buttafuori hanno picchiato con calci e pugni il mio ragazzo e solo dopo lo hanno portato fuori con la forza».

All’esterno compaiono Castagnacci e Palmisani, che nonostante del tutto estranei alla lite, da subito colpiscono Emanuele con degli schiaffi. Insieme a loro ci sono i buttafuori e Franco Castagnacci, padre di Mario, e indagato nel procedimento. Emanuele, con la bocca sanguinante e la maglietta strappata, riesce a fuggire «verso la parte alta della piazza, dove lo raggiungono dieci persone e lo iniziano a colpire a calci e pugni», racconta al pm, Riccardo. L’ex fidanzata di Palmisani dice di aver visto «Paolo che allontanava da sé la ragazza, che non voleva fargli aprire lo sportello della macchina. Paolo gridava che doveva prendere la pistola. Era sicuramente fuori di testa, (…) l’ho visto che prendeva qualcosa e in mano aveva un tubo metallico, quello strumento per sbullonare le ruote». Non si capisce se il fermato abbia usato l’oggetto, ma poco dopo Emanuele torna nella piazza davanti al locale a cercare Ketty e scoppia l’ultima – fatale – aggressione. Gianmarco viene trattenuto da Franco Castagnacci, mentre il figlio Mario e Paolo Palmisani raggiungono nuovamente Emanuele.

Intanto che lui cammina passo svelto con Ketty per mano verso l’ uscita della piazza, il 27enne lo aggredisce di nuovo. Partono altre botte, Emanuele scappa ma lo raggiungono: «Castagnacci lo colpisce con un pugno alla nuca», racconta Lorenzo, «e ho visto Emanuele crollare privo di coscienza e sbattere la testa contro una macchina blu scuro parcheggiata». Gli amici si frappongono al branco che continua a colpirlo, ma in quel momento Emanuele è già praticamente morto, con il cranio sfondato e il collo spezzato. E ora si tenta di capire il ruolo degli altri cinque indagati.

dall’inviato ad Alatri
Roberta Catania

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