ETRURIA, SCANDALO INFINITO: 62 MILIONI DI EURO? ECCO CHI, DA SOLO, E’ RIUSCITO A SPAZZOLARLI ALLA FACCIA DEI CORRENTISTI TRUFFATI

Rapporto Gdf: l’affidamento mai restituito all’ex ad della Sacci spa, all’epoca nel cda

La lista di chi ha spolpato, nel corso degli anni, le casse di Banca Etruria ad Arezzo è molto lunga. Ma un caso più di tutti gli altri balza all’occhio scartabellando i dossier al vaglio dei pm della procura aretina.

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È quello che riguarda il manager romano Augusto Federici, 48 anni, laureato in Ingegneria delle Tecnologie Industriali al Politecnico di Milano, ex presidente di cda e consigliere in società che si occupano di materiali inerti, di edilizia e di costruzioni, tra le quali uno dei giganti italiani del cemento, il gruppo Sacci di Roma, di cui Federici, un vero enfant prodige del cemento, è stato amministratore delegato già dal 1997 (a soli 29 anni).

Secondo la relazione finale della Guardia di Finanza, depositata dopo la chiusura delle indagini, anticipata da La Nazione di Arezzo, quello del gruppo Sacci è uno dei buchi più clamorosi nel bilancio di Banca Etruria. Un gioco di specchi sulle ipoteche: gli stessi stabilimenti ne erano stati gravati più di una volta. I crediti ottenuti da Federici per l’azienda, erano garantiti da ipoteche su immobili già gravati di altre ipoteche per precedenti finanziamenti. Ipoteche su ipoteche. Un cortocircuito illogico e incomprensibile in quanto in caso di insolvenza (ovvero quello che effettivamente avvenne) la banca avrebbe dovuto rivalersi sugli stessi beni per ogni prestito.

Ben 62 milioni di finanziamenti mai rientrati, 49 dei quali sono stati accantonati a perdita, la maggiore sofferenza dell’istituto prima del crac. Secondo la relazione del liquidatore di Banca Etruria, Giuseppe Santoni, i primi prestiti a Sacci Spa erano stati erogati nel 2006 con un’istruttoria di appena due giorni e nel 2008 di un solo giorno. Il caso della Sacci è a dir poco anomalo, in quanto mentre il colosso otteneva una valanga di soldi dalla banca di Arezzo, il suo amministratore delegato sedeva in consiglio. Federici è stato consigliere di amministrazione della banca dal 2004 e membro del comitato esecutivo dal 2007 all’agosto 2011, in piena era Elio Faralli, il capo dei capi, e Giuseppe Fornasari, penultimo presidente. Nessun conflitto di interesse secondo chi sedeva con lui attorno al tavolo ma che a fatica metteva a tacere i propri imbarazzi: «A deliberare è sempre stato il consiglio all’unanimità, come richiesto dal regolamento».

Facciamo un passo indietro al 2008. Un gruppo di banche, tra le quali Etruria, eroga a Sacci Spa un maxi finanziamento da 205 milioni di euro. Federici ha bisogno di tanti soldi: vuole acquisire Lafarge Italia, altro colosso del cemento che avrebbe fatto diventare Sacci leader nel settore. Partecipano a questa operazione Efibanca (capofila) con 30 milioni, Agrileasing con 40, Cariparma con 25, Deutsche Bank con 7, Mediocreval e Banca Popolare di Sondrio con 10 e Banca Etruria con 62 milioni. Sacci offre ipoteche sugli stabilimenti di Greve, Cagnano Amiterno, Livorno, Castelraimondo e Corsalone (Bibbiena). Un gioco di scatole cinesi, nel quale sui medesimi stabilimenti vengono accese ipoteche di grado successivo, per un valore complessivo di 338 milioni di euro, più che sufficienti quindi a coprire il credito di 205 milioni. Anche il mercato del cemento però va in crisi con la recessione post-2008 e Sacci fallisce. Nel luglio 2016 Sacci Spa viene acquisita da Cementir Holding (gruppo Caltagirone). A settembre la procura mette i sigilli allo stabilimento di Corsalone.

Tanto per inquadrare il personaggio, mollata la Sacci, Federici ha fatto fallire nel 2012 un’altra sua società, la Bahaus Spa, azionista di maggioranza al 66,7% del gruppo RdB Spa (a sua volta fallito).

Ritornando a bomba, quei 62 milioni naturalmente non sono più rientrati in Banca Etruria (così come decine di altri prestiti milionari ad aziende amiche), alimentando la voragine di 2,7 miliardi di crediti deteriorati che ha fatto affondare la banca.

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