È forse possibile individuare una certa somiglianza tra la crisi dell’Impero Romano d’Occidente e l’attuale crisi dell’Europa. L’Impero Romano cadde per una molteplicità di fattori e tra questi vanno certamente annoverati le invasioni germaniche del V secolo, una crisi monetaria e l’implosione demografica. Fattori che, ahimè, sono altrettanto presenti anche nell’Europa di oggi. Certo, la nostra crisi monetaria è diversa da quella del tardo Impero: è l’introduzione di una nuova moneta, senza la previa integrazione delle economie dei Paesi che l’hanno adottata, che sta portando alla miseria intere popolazioni.

È però innegabile che la crisi demografica in Europa – questo diventerà il problema cruciale dei prossimi decenni  – non sia dissimile da quella presente alla fine dell’Impero Romano. Roma collassò passando nel V Secolo da un milione di abitanti a ventimila, e nel tardo Impero gli abitanti passarono complessivamente da 55-60 milioni a 25-30 milioni. Il crollo demografico rese vulnerabile l’Impero, incapace nel momento di maggiore debolezza di rispondere alla sfida delle grandi migrazioni delle popolazioni barbariche. La storia della caduta dell’Impero romano dovrebbe essere un avvertimento per tutti noi. L’Africa è giovane e cresce a ritmi sostenuti mentre l’ Europa è il vecchio continente e invecchia rapidamente. Certo, i processi demografici sono lunghi e lenti, ma l’Italia come la Germania  del resto (leggi l‘articolo di Munchau sul Financial Times) è già in pieno suicidio demografico e Paesi come la  Spagna non stanno molto meglio, mentre si calcola  che la sola Nigeria nel 2050 raggiungerà i 400 milioni di abitanti.

Le attuali migrazioni di massa, frutto avvelenato della globalizzazione, non faranno che acuire il problema. L’Impero Romano d’Occidente cadde perché dopo aver almeno inizialmente provato (e con successo) a gestire l’ afflusso non fu in grado di gestirlo nel lungo periodo. E fra il IV e il V Secolol’immigrazione uscì fuori di ogni controllo.

Beninteso, le situazioni sono diverse e le diversità non vanno minimizzate. Le tribù di barbari che si muovevano nel territorio romano potevano insediarsi nelle campagne, ora si tratta di masse di individui che si spostano e vagano, spesso clandestinamente,  nelle nostre città. Di fronte a questo esodo, destinato a durare nel tempo, l’Unione Europea pare completamente impreparata: non sta facendo sinora una vera e politica dell’immigrazione, riducendo il tutto ad una questione di politica securitaria o ad una politica dell’ “accoglienza”, utile nell’immediato arafforzare la Germania, che potrà giovarsi di forza lavoro qualificata a basso costo (i profughi siriani sono una cosa, i migranti africani un’altra) e aindebolire ulteriormente noi, che saremo invasi da masse di migranti africani privi di qualsiasi istruzione. Pensare di affrontare il problema in questo modo, come si trattasse di un’emergenza temporanea, sulla quale persino lucrare, non potrà che portare al declino dell’Europa, esattamente come accadde all’ Impero Romano.

Stiamo entrando, senza averne la consapevolezza, nella fase suprema della globalizzazione: dopo aver globalizzato i mercati stiamo globalizzando gli uomini. Alla fine di questo processo non esisteranno più francesi, tedeschi, spagnoli, italiani e così via, ma neppure  europei. Solo uomini “astratti” e intercambiabili, senza una storia, una cultura, una tradizione, una propria lingua, insomma un’appartenza. L’ultimo ostacolo alla globalizzazione sono le radici che ciascun essere umano  porta con sé: c’è bisogno solo di produttori e consumaturi sostituibili.

È questo il destino che ci attende? L’europeo del futuro sarà un meticcio e un Superstato meticcio rimpiazzerà la molteplicità degli Stati europei sino a disperderne completamente le tracce?  Coudenhove Kalergi, fervente paneuropeo, uno dei massimi ispiratori dell’ attuale  Unione europea, già nel 1925 guardava lontano: “la razza del futuro sarà negroide-euroasiatica (…) e  rimpiazzerà la molteplicità dei popoli”.

Difficile dire se la profezia di Kalergi  si realizzerà nei prossimi decenni. Certo che lo ius soli ora approvato alla Camera va proprio in questa direzione.

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